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Cronaca di uno scontro mancato

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L’assemblea iniziata con due treni che correvano a rotta di collo, l’uno contro l’altro, si va a concludere senza un botto. Sì, i treni corrono, ma su due binari diversi.

Chi sta con un piede sulla porta ha fatto intervenire Epifani e solo lui: con parole pacate ma nette, ha rivendicato di essere stato leale, corretto e collaborativo e di non aver visto altrettanto nel comportamento di Renzi. Non è suo il compito di annunciare una scissione, ma rende chiaro che tutto è pronto. La maggioranza invece ha archiviato tutti i problemi di questi giorni e ha parlato, con una voce sola, di cose da fare e di cose fatte. Una narrazione vincente dopo due sconfitte, un po’ forzata. Nessuna apertura a chi pensa di uscire, richiami generali all’unità.

Cosa avrebbero poi da dirsi, le due parti? Il nuovo soggetto politico ci sarà, tutto è pronto. Evitare lo scontro è funzionale all’allocazione ottima dei posti: la scissione non ha bisogno di un immediato “o di qua o di là”, anzi; prendendosi i suoi tempi, il nuovo soggetto politico può gestire con tranquillità la nascita dei nuovi ruoli, delle nuove strutture. Ogni corrente e cordata perderà pezzi, ci saranno posti e compiti per nuovi sodali.

Il vincitore è facile da individuare: Matteo Renzi ha resistito ai suoi colonnelli e ha vinto il primo premio, un partito tutto suo. Se un’altra sfida verrà, sarà dall’interno del renzismo. Chi nella minoranza pensa di restare dentro cerca di rassicurarsi immaginando una candidatura di Orlando, ma il dato è chiaro: un’occasione per forzare la mano è passata, e ora il Congresso è tutto in salita.

Orlando, sì. Che ha parlato ai militanti, ha parlato alla sinistra: un bel discorso, una base per una candidatura. La scissione è per lui crisi e opportunità: si allontanano forze che su di lui potevano convergere, ma il loro allontanarsi gli dà una chance di centralità, dopo un’esperienza ministeriale apprezzata e discreta. Oltre a lui, guarda al congresso Emiliano, che dopo aver tuonato sabato contro Renzi ha fatto un intervento pacifico ed ecumenico davanti all’assemblea, sottolineando la sua “fiducia nel Segretario”. Le telefonate notturne fanno miracoli.

Che significa questa conclusione per il Paese? Un PD solo marginalmente indebolito ma con un leader assai più forte rispetto al dopo-referendum. La minaccia di rottura è stata al centro del dibattito mediatico e Renzi ne è uscito a petto in fuori e testa alta. Se qualche voto ulteriore se ne andrà da sinistra, i moderati dubbiosi hanno ritrovato il loro uomo della Provvidenza.

Per l’ennesima volta, la dirigenza della Ditta si è mostrata inadatta a sfidare il Principe: tanta tattica, poca strategia; tante teste, poche idee; tante speranze, poco coraggio. Del mancato scontro finale si avvantaggia chi lo scontro non temeva: Renzi farà leva in ogni crepa per massimizzare il suo vantaggio. Più inadatta ancora della Ditta si è dimostrata l’organizzazione del PD: l’assemblea non è luogo di confronto, pletorica e ingestibile; le dirette streaming impediscono ogni sincerità; chi siede negli organi di Partito scopre le posizioni del suo vicino di banco da interviste ai giornali. Ci sarebbe molto da discutere, in un Congresso vero.

Docente di scuola superiore, non ama la contabilità ma la insegna. Milanese naturalizzato, "se si va via da Milano è solo per emigrare". Ama perdere ore su Wikipedia. Appassionato di storia, politica, sistemi elettorali e NBA.

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