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Articolo 18, ancora luoghi comuni, che strano!

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Siccome i luoghi comuni sull’art. 18 continuano a sprecarsi, cerchiamo di sfatarne qualcun altro, partendo da lontano.

Secondo Antonio Polito, ultimo di una lunga serie, la battaglia sull’art. 18 sarebbe una lotta di modernizzazione campale paragonabile a quella vinta da Tony Blair quando, nel 1995, riformò la Clausola IV dello Statuto del Partito Laburista.

Letta così, uno potrebbe addirittura crederci. Per capire di che razza di assurdità si tratti, basta però leggere la stessa Clausola IV:

To secure for the workers by hand or by brain the full fruits of their industry and the most equitable distribution thereof that may be possible upon the basis of the common ownership of the means of production, distribution and exchange, and the best obtainable system of popular administration and control of each industry or service

Che, tradotta, diceva più o meno:

Assicurare ai lavoratori manuali o intellettuali i frutti del loro lavoro e la più equa ripartizione degli stessi sarebbe possibile sulla base della proprietà comune dei mezzi di produzione, distribuzione e scambio, e del miglior sistema ottenibile di gestione e controllo popolari di ogni settore o servizio.

Nientemeno! La Clausola IV impegnava il Partito Laburista a socializzare i mezzi di produzione e affidarne la direzione e il controllo al Popolo. Insomma, essendo stata adottata nel 1918, proponeva un modello del tutto irrealizzabile nel Regno Unito del 1995 e si riduceva così a un mero simbolo, a un feticcio.

Ora, quello che viene sostenuto sull’art. 18 è che sarebbe anch’esso un feticcio, un simbolo di un modello irrealizzabile e del tutto teorico senza alcun effetto visibile sulla realtà, come la Clausola IV, tanto che si applicherebbe a poche migliaia di casi l’anno.

A furia di ripetere a macchinetta questa serie di falsità, persino giornali stranieri progressisti come il New Yorker, si bevono il luogo comune che “in Italia sia più difficile licenziare che divorziare”.

Ora, è evidente che tutte queste siano una serie di falsità. Innanzitutto, come già spiegato qui, ma anche qui e qui, l’art. 18 non propone affatto un modello irrealizzabile e la protezione che offre è del tutto comparabile a quella di altri Paesi europei.

In secondo luogo, l’art. 18 si applica a milioni di persone, il 65% dei lavoratori italiani: le poche migliaia di cause all’anno non vogliono dire che milioni di lavoratori non siano protetti – grazie all’art. 18 – dal licenziamento senza valide ragioni; semplicemente, vuol dire che non siamo di fronte a quell’enorme problema sociale che ci viene invece propinato.

Caricare l’art. 18 di tutto questo simbolismo non fa che aumentare l’allarme, anche all’estero, sulla presunta assurdità di questa norma e rafforzare la pressione nella business community internazionale sulla sua rimozione.

Come se davvero l’art. 18 fosse l’anticamera della socializzazione del sistema economico e non una banalissima protezione contro il licenziamento indiscriminato, come ne esistono in quasi tutti i Paesi europei.

Santé

(SINDACATO PAGANO) Nato in terre calde e prospere di disoccupazione si trasferisce giovinetto al Norte dove adesso lavora, rigorosamente a fini di lucro. Attende con speranza che Grillo faccia approvare il reddito di cittadinanza così da poter finalmente vivere come un rentier. Ha scelto il nome da usare nel blog guardando tra le bottiglie di alcolici di un amico rivoluzionario.

10 Comments

  1. Il totale degli occupati per l’Istat è di 22.380.000 persone. Circa 14 milioni e mezzo di persone lavora e vive senza articolo 18. Sono loro la grande maggioranza dei lavoratori italiani. Mentre solo una minoranza di lavoratori è protetta dall’articolo 18. Forse si potrebbe chiedere a uno di questi come fa a sopravvivere nonstante la precarietà devasti la sua esistenza: quale sarà il loro segreto?

    Però l’errore (il 65% dei lavoratori italiani) è indicativo di una mentalità: la tendenza a parlare di “lavoratori” intendeno “lavoratori dipendenti” la riscontro costantemente. E penso che la degradazione di tutti gli altri, i non dipendenti, a non lavoratori sia molto significativa.

  2. Ma certo, la mentalità! E mi sapresti indicare, di grazia, un qualunque Paese dove i lavoratori non dipendenti siano protetti dal licenziamento? Così, tanto per capire se la tendenza che tu riscontri sia un dato assolutamente normale (e, semmai, è anormale il numero di lavoratori autonomi in Italia, perché molti di loro sono “falsi” autonomi) oppure è un complotto ordito dai cattivi sindacati contro gli autonomi.

    • Bhe’ se consideri che gli impresari edili fanno prendere la partita IVA ai loro muratori (per cui non sono piu’dipendenti) anche contare solo i lavoratori dipendenti non e’ corretto.

      Per curiosita’ la fascia di eta’ dei lavoratori il cui 65% e’ coperto da articolo18, qual’e’?

      • Per curiosità: è rilevante? Direi di no, visto che il nuovo contratto dovrebbe applicarsi ai nuovi scritti e non a chi ha già il lavoro. Il problema delle fasce più anziane nasce nel momento in cui dovessero perdere il lavoro attuale e per trovarne uno nuovo dovrebbero stipulare il nuovo contratto. Qui non si sta parlando di togliere diritti ai vecchi e darli ai giovani, qui si stà parlando di non dare diritti ai nuovi assunti.

        • La curiosità nasceva dal fatto che, se la copertura del 65% ha un età anagrafica media a salire negli ultimi anni, chi vuole abolire (per mero interesse economico) l’articolo diciotto non avrebbe che da aspettare un po’ d’anni e l’articolo 18 verrebbe ad estinguersi naturalmente.

          Questo è il messaggio che mi passa chiunque sostenga che bisogni toccare l’articolo 18 per aumentare la copertura di diritti degli assunti con contratti atipici (che è un nome cretino, dato che se ho più di questi contratti, che di quelli normali, che c’è d’atipico?).

          Dato che io una conferma a questo non riesco a trovarla, mi chiedevo se potevi fornirmela.

  3. L’articolo 18 diventa più che un feticcio una chimera dal momento che molti lavoratori che figurano come indipendenti in realtà non lo sono. È in questo modo che si arriva a un irreale 65%… Quindi di quali nuovi assunti si parla?

  4. Senza entrare nell’interessante dibattito in corso, vorrei spezzare una lancia in difesa del povero New Yorker. Quello che riporta è solo banale, altro che luogo comune: che in Italia licenziare sia più facile che divorziare è di un’evidenza accecante, e con il divorzio breve di prossima approvazione lo sarà ancora di più. Non ha mica detto “meno costoso”!

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