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Ansia metropolitana 2

in humor by

Davanti a me è seduta una ragazza molto grossa e trasandata: indossa un gonnellone nero che le arriva alle caviglie mentre la sua giacca esploderà al primo starnuto. Quanto a me, ho addosso una rabbia potente e corrosiva come un acido, talmente forte e virulenta che mi sta bruciando i muscoli e i tendini dei polpacci: nella scatola cranica milioni di bestemmie mi nuotano in circolo come carpe koi sotto speed in un acquario troppo piccolo. Sono talmente tante e veloci che ogni tanto la forza centripeta me ne scaraventa qualcuna in bocca: non mi resta altro da fare che sputarla fuori. La cicciona manipola il telefonino, e quando mi sente imprecare a mezza bocca  (perché, anche se a me pare di sussurrare, la gente sente) stacca gli occhi dal display e mi dà veloce un’occhiata timida, poi torna a digitare. E’chiaro che usa il cellulare per dissimulare indifferenza nei confronti di quel pazzo che le siede davanti. Siamo sulla linea B diretta a Laurentina alle 11:00 circa di una mattina qualsiasi di febbraio. E’ uno dei convogli nuovi, quelli articolati, e quindi, complice la scarsissima presenza umana, tanto a destra che a sinistra ci si presenta un lunghissimo corridoio vuoto, l’interno di una base spaziale di un film di fantascienza anni Settanta.

Antefatto – Poche ore prima sono andato al laboratorio di analisi cliniche a ritirare il referto della risonanza magnetica cerebrale di mia madre. Lasciata mia figlia a scuola, mi sono fatto a piedi i circa 3 chilometri di strada per arrivare alla Bios; speranzoso, ho seguito il percorso del bus, con l’idea di saltare a bordo casomai ne passasse uno, ma non se ne è vista nemmeno l’ombra. Faccio la fila, ritiro il referto, leggo febbrilmente la diagnosi. La busta che contiene i documenti è fuori standard per qualsiasi essere umano. Non ci sta nella mia tracolla, e si piega se provo a mettermela sotto l’ascella sostenendola con la mano, (e sì che ho braccia da primate). Forse li fanno apposta così, per aumentare l’ansia di pazienti e familiari. C’è anche un CD dentro, perché non si possono limitare a darti quello?

Fermata dell’autobus – Dopo trentacinque minuti di attesa, arriva il 910 che mi dovrebbe portate a Termini. L’atmosfera all’interno del mezzo è effervescente; risulta infatti che l’autista non conosce il percorso, e chiede aiuto ai passeggeri, i quali, stremati dalle attese, zuppi e puzzolenti di sudore e cappotti bagnati, non sanno se consegnarsi mani e piedi all’isterismo o abbandonarsi all’atarassia dei vinti. Un ragazzo ritardato se ne sta appiccicato alla cabina dell’autista parlandogli a voce altissima. Benché il suo sembri un discorso rivolto al guidatore, cui effettivamente rivolge domande e da cui sollecita commenti, gli è ormai chiaro, per esperienza pregressa, che non riceverà risposta. “Eh lo sai come ho capito che lei ci stava?” – imperterrito,  esibisce un altro argomento: “Pensa che mi ha dato quei soldi che mi doveva dopo nove anni. Hai capito? Dopo no-ve anni!”. I passeggeri in questo caso oscillano tra divertimento (un filippino se la ride sotto i baffetti) e il fastidio. Una signora “bene” redarguisce il ragazzotto sollecitandolo a non distrarre l’autista, “che già ha i suoi problemi”. Ovviamente lui la ignora: i migliaia di tentativi di far partecipi gli altri del suo mondo, a forza di discorsi strampalati sparati ad altissimo volume, non hanno avuto alcun effetto. Non sembra ferito dall’indifferenza degli altri. Succede anche che due passeggeri diano suggerimenti diversi sulla strada da percorrere: “Ecco, guardi, ora gira a destra e…” “Ma che dice, signora? Dritto deve andare, non a destra!”. C’è qualcuno che sta approfittando della confusione per farsi portare più vicino a dove deve andare.

Termini –  Arrivo alla stazione, e, visto che mi sta per scadere l’abbonamento, decido di approfittare dell’enorme ritardo accumulatosi per rinnovarlo (si può fare solo in alcune stazioni, tra cui appunto Termini). Percorrendo un dedalo di corridoi appena (mal) ristrutturati che già puzzano di piscio rancido, arrivo alla biglietteria ATAC. Faccio una breve coda (hanno il numeretto) e pago. Me ne vado molto fiero del mio senso dell’organizzazione: “ho ritirato il referto!”, “ho rinnovato l’abbonamento, addirittura in anticipo!”. Mentre mi complimento con me stesso, prendo la metro e dopo alcune fermate scendo a Piramide. Ho le cuffie addosso e sono ormai di buonumore, niente mi può far cambiare idea – ha perfino smesso di piovere! Se non fosse che, quando sono a circa 80 metri dall’ufficio, mi rendo conto che qualcosa non quadra, mi manca qualcosa dalle mani: la tracolla è al suo posto, nella mano destra ho l’ombrellino chiuso. E basta. Dopo un preoccupante numero di minuti dalla perdita di contatto, mi rendo conto che, sì, ho perso il referto. Da lì comincia un nuovo capitolo della mia odissea metropolitana.

Piramide – Mi fiondo al gabbiotto della fermata metro di Piramide: “Senta, guardi, mi è successo un casino inverosimile. Credo di aver lasciato sulla metro dei documenti medici della massima importanza… Sì, su un treno diretto a Laurentina, anzi per la precisione dovrebbe essere quello precedente a questo che sta andando via ora.” Incredibilmente, l’addetta si scuote dal suo torpore atavico e si spinge perfino a comporre un numero al telefono. “No, niente, mi spiace. Provi a vedere al capolinea. E se non dovesse trovarli lì, provi tra qualche giorno all’ufficio qui dietro, dove raccolgono gli oggetti smarriti”. A parte che sono convinto che abbia finto di fare la telefonata… l’asfalto si apre davanti a me, dalla crepa si percepisce il riverbero rovente della lava che sobbolle a due metri e mezzo dal mio naso, vorrei buttarmi dentro e prendere a calci nei coglioni quel demonio rosso con tanto di corna e coda a freccia che da quella succursale periferica dell’inferno, mi sta facendo il gesto del folle sconosciuto. Ma mi faccio coraggio, e invece prendo il primo convoglio per Laurentina.

Ed ecco che siamo di nuovo al treno bianco infinito, vuoto come il corridoio di una navicella spaziale, io e la mia dirimpettaia, grassa, trasandata, e, noto con sconcerto e perversa soddisfazione, discretamente allarmata dal mio comportamento folle. Sono vestito come sempre, ovvero male, ma pulito ed abbastanza ordinato, sembro quasi una persona normale, ma da quando ho messo piede sul treno sto pronunciando una bestemmia sottovoce ogni trenta secondi: ce l’ho con la Madonna, con Gesù, con il papa e poi con tutti i santi – i morti li lascio da parte, in ossequio al culto antico dei defunti caratteristico anche dei pagani. Mi viene in mente che, se le bestemmie fossero il carburante della metro, questo treno andrebbe a 170 all’ora e saremmo già arrivati a destinazione da venti minuti, dopo aver saltato tutte le stazioni intermedie.

Laurentina – Ed è così che arrivo a Laurentina, dove mi do a stanare un grappolo di pelandroni rintanati in un gabbiotto che sa di aria viziata e scorregge. Sono sorprendentemente gentili, forse la mia espressione sinceramente esausta ed angosciata ha fatto breccia nel loro cuore romano, duro e nichilista. Mi danno grosso modo le stesse risposte della tizia di Piramide. Sto per cedere, quando mi ricordo del posto dove ho rinnovato l’abbonamento. Vedi un po’ che, come il coglione che sono, ho lasciato lì il referto. Busso febbrilmente al gabbiotto che si è appena sigillato con uno scatto davanti al mio naso: “No, il numero della biglietteria di Termini non ce l’ho, ma guardi, qui dietro c’è ne è un’altra, e magari loro possono chiamarli. Sa, tra colleghi…”. Volo alla biglietteria di Laurentina, dove un’addetta cortesissima si dichiara disponibile a chiamare i suoi omologhi di Termini per chiedere loro se abbiano visto una busta enorme da qualche parte. Mi chiede di poter vedere l’abbonamento (sulle prime mi sembra una cosa strana – e poi capisco che è una cosa intelligente da fare, dato che in questo modo tanto il suo collega di Termini che lei stessa possono assicurarsi dell’identità di chi ha smarrito i documenti e della correttezza delle cose che sto riferendo). Si assenta per telefonare e scompare temporaneamente dal mio campo visivo. Dopo mezzo minuto, ricompare chiedendomi che cosa c’è scritto sulla busta che sto cercando e che tipo di referto è (minchia, questa deve essere un’ex poliziotta!). Rispondo in modo soddisfacente mentre la speranza di averlo ritrovato mi apre il cuore. La tizia mi fa il gesto del pollice eretto, e a quel punto lo sono anche io, in erezione. Mi rimetto sulla linea B – oggi l’ho ripassata e lucidata tutta manco fossi uno di quegli ambulanti con la chitarra – e arrivo nuovamente a Termini. Effettivamente, il referto è lì, presumibilmente dove l’ho lasciato quando ho pagato l’abbonamento. Non riesco a capacitarmi di come possa essere successo. Una cosa così importante, che costa tanti soldi, che significa troppe cose, che è in grado di far ribaltare più di una vita, giace lì sul ripiano del bancone, il manifesto alla mia inaffidabilità. Improvvisamente penso e spero che sia un fenomeno dovuto alla rimozione – diversamente, credo che avrò bisogno anche io di una risonanza magnetica al cervello.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

4 Comments

  1. “Davanti a me è seduta una ragazza molto grossa e trasandata”
    “E’chiaro che usa il cellulare per dissimulare indifferenza nei confronti di quel pazzo che le siede davanti”

    Non ho capito chi era davanti e chi era dietro.

    Pignolino Sempreallerta

    P.s.: comunque il racconto è divertente! 😉

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