un blog canaglia

Altri cameratismi

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Dal vostro inviato.

Vivere in Italia, tra le tante, insormontabili difficoltà, ha indubbiamente ancora un grande vantaggio: puoi continuare a stupirti di quello che vedi. E non nel senso di indignarsi per gli stipendi della casta, per una parentopoli su scala nazionale o l’ennesimo scandalo nella sanità.

No dico proprio stupirsi, tipo Oh! E chi l’avrebbe mai detto, mai vista una roba del genere!

Ho avuto la mia città, (Piacenza, 95.000 abitanti, età media 56 anni, età media percepita 93), invasa per 4 giorni da 400.000 alpini (età media 65 anni, età media percepita 20) in occasione del loro 86° raduno nazionale.

Ed è stato come se una enorme, invisibile calotta fosse scesa sui contorni della città, regalando a tutti l’opportunità di essere per un week end quello che non si riesce ad essere durante il resto dell’anno.

Ho visto i difensori dell’ordine e della quiete pubblica offrire volentieri le aiuole alle tende e ai sacchi a pelo degli alpini, applaudire ai loro canti (durati circa 72h), alle sgommate degli apecar in piazza alle 5 del mattino, ai tamburi. Applaudire, applaudire, applaudire e non rompere le palle mai.

Ho visto i fattoni solidarizzare con i militari, in tempo record.

I pacifisti brindare con quelli delle missioni all”estero.

I vecchi ringiovanire ballando il liscio, e i giovani invecchiare cantando cori da montagna e il Piave mormorava non passa lo straniero.

Ho visto quelli che cambiavano al balcone la bandiera della Pace con il tricolore, e non ho visto nessuna contraddizione.

Intere famiglie ubriache e felici.

Letterali fiumi di birra, vino, grappa, e pochissimi guai, quando mediamente in una discoteca trovi 300 persone e 40 buttafuori.

Una parata militare di 12 ore, applauditissima, come applauditissimo è stato Dal Pozzo Cristiano, classe 1913, veterano di Rotzo e reduce di guerra dall”Abissinia, e nessuno che abbia scritto “10-100-1000 Nassirya”, nessuno che abbia contestato.

E poi gli alpini, alpini ovunque.

Alpini che cantano, alpini che continuano a bere, alpini che cucinano. Alpini che dormono in piedi, che dormono seduti, coricati, abbracciati.

Alpini con i muli. Alpini con le vespe special tricolori. Alpini con i trattori.

Alpini con gli sci ai piedi, nei bar.

Alpini che fanno un po’ i tafanazzi con le ragazze.

Migliaia di tende, gruppi di alpini adottati nei giardini di villette di solito così gelosamente custodite. Tende piantate in tutte le rotonde, in ogni metrto disponibile di verde pubblico. Alpini che dormivano in strada, nelle piazze, sui gradini delle chiese, che il resto dell”anno se ci vedono 2 ragazzi bere una birra gridano al degrado.

Me ne sono andato ieri sera, con i postumi piantati in fronte e molte domande.

Era solo una festa, o è stato qualcosa di più?

È stata un allucinazione collettiva indotta dall’alcol, o davvero esiste un patriottismo-etilico-non-retorico-interclassista-e-intergenerazionale (non saprei come altro definirlo) in grado di stravolgere il grigio perbenismo di una città altrimenti nota per la sua chiusura?

Che rapporto ha davvero questo paese con le sue forze armate?

Sono soldi buttati, come si sente dire? O sono una parte importante della nazione, nella quale in tanti si identificano ?

Perché mi sento a disagio quando vedo l’informazione così appiattita sulla linea “Salviamo i nostri marò”, e mi è sembrato del tutto naturale condividere qualche birra con un gruppo di militari della Val di Non?

Siamo davvero il paese che la mattina ci si ammazza e la sera si va tutti a cena insieme, o ero io ad essere pieno di pregiudizi?

E poi ovviamente ho visto tutti gli astemi cambiare idea: era l’unico modo per farcela.

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