un blog canaglia

Allo zoo, di notte

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Ieri sera sono stato con la mia figlia maggiore allo zoo di notte: lo chiamano “safari”, ma in realtà è una visita guidata che si svolge la sera (la qual cosa mi sembra sia più nell’interesse dei visitatori che dei poveri animali, che normalmente, all’ora in cui si svolge l’evento, se la ronfano).

Ho sempre sognato di vedere un orso dal vivo: il parco di Yosemite era tappezzato di cartelli che dispensavano ai turisti consigli sulla condotta ideale da adottare in caso di incontro ravvicinato con uno di questi bestioni. Sinceramente, me la facevo addosso al solo pensiero di avvistarne uno, ma al momento di ripartire dal parco, l’unico orso avvistato era una riproduzione di legno che sorreggeva un cartello, che ho pure fotografato per la disperazione. Un po’ di delusione (e di sollievo). Ma ieri, al riparo di una lastra di vetro, ho potuto guardare tre esemplari a mollo, che giocavano con delle latte di plastica: buttavano la testa sotto per poi riemergere scuotendo il testone che schizzava acqua dappertutto. Da ridere: ho scoperto che possono correre anche a cinquanta chilometri l’ora.

I macachi del Giappone sono collocati in una struttura che, ci dicono, già diversi anni fa era considerata all’avanguardia: un corpo centrale rialzato dotato di parecchi “arricchimenti ambientali” (giochini di legno per evitare che gli animali si rincoglioniscano del tutto a causa della prigionia), e un’area piatta tutto attorno. A quanto ho appreso, questi animali hanno un forte senso della gerarchia. Del tipo, i dominanti occupano la piattaforma e litigano in continuazione per dimostrare chi di loro è il più… dominante tra i dominanti. I macachi giapponesi che invece hanno un’indole più sottomessa, invece, si sistemano nell’area tutto attorno alla collinetta centrale. In pratica rinunciano a lottare per assicurarsi qualcosa di più: subiscono in silenzio con una rassegnazione appunto… orientale. Mi ha fatto sorridere vedere un paio di scimmie sottomesse litigare per qualche ragione nota solo a loro: si affrontavano provocandosi con mosse aggressive e strepiti. Proprio come nel mondo degli umani: quelli che sono fregati in partenza qualche volta non trovano di meglio da fare che prendersela con altri sfigati come loro, mentre i dominanti occupano le postazioni più prestigiose.

Ad un certo punto, siamo arrivati al recinto delle tigri: forse mi sono fatto influenzare da quanto ci stava raccontando il guardiano sulla naturale inclinazione di questi magnifici animali alla solitudine, sarà che uno dei due esemplari del Bioparco di Roma è molto anziano (venti anni), ma mi sono sembrate bestie malinconiche pur nella loro apparente maestà. In ogni caso, il nostro relatore era un ragazzo con un fisico da culturista ed una fanstastica cadenza romana, che rendeva la sua spiegazione molto calda e vivace. Però, a dispetto del corpo nerboruto, la voce delle guida non era particolarmente forte. Alla mia destra c’era la solita quota statistica di imbecilli. Da quell’area è arrivata una protesta seccata: “Non la sentiamo: deve parlare più forte”. Ora, non so se il guardiano fosse sordo, o se invece facesse finta di non sentire; ma per quanto la tipa si sgolasse a chiedergli di alzare il volume, il ragazzo ha continuato fino alla fine a parlare con il suo solito tono. La cosa carina è che la signora che si lamentava avrebbe potuto risolvere velocemente il suo problema, avvicinandosi al guardiano: di posto ce n’era in abbondanza. Ma no, restava lì, ferma, caparbia, a lamentarsi, senza spostarsi di un centimetro, in attesa che la montagna arrivasse da Maometto. Ecco, questo piccolo episodio mi è sembrato così… italiano. Altro che tigri.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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