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Albert Camus

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“Dare un nome sbagliato alle cose – scriveva Albert  Camus ne La peste  – contribuisce all’infelicità del mondo”. I nomi, quindi le parole, se non utilizzati col criterio della fedeltà alla vita, producono malinteso, rappresentano l’ingiustizia dello snaturamento, impediscono ogni forma di conoscenza genuina. Ma è poi davvero possibile praticare questo tipo di fedeltà attraverso le parole? Bisogna forse essere pronti a riconoscere il proprio luogo dell’ingiustizia, quello dove si genera il cortocircuito; bisogna forse essere pronti a riconoscere che il vero problema, il nodo da sciogliere, sono le idee, non le parole. Pensare secondo le idee significa coltivare il terreno del malinteso, accantonare ogni possibilità di coincidenza tra detto e vissuto.

Albert Camus è stato definito un filosofo per via della sua vocazione per la filosofia. È stato definito un esistenzialista per via del suo impegno a scavare nell’esistenza. Definizioni, l’una e l’altra, impregnate di idee e perciò irriverenti nei riguardi della vita vissuta, della complessità biografica. “Perché sono un artista e non un filosofo? Il fatto è che io penso secondo le parole e non secondo le idee” scriveva nei suoi Carnets, sconfessando una volta per tutte ogni altra impropria definizione. “No, non sono esistenzialista. Sartre ed io ci meravigliamo sempre di vedere i nostri nomi associati  […] Sartre è esistenzialista, e il solo libro di idee che ho pubblicato, Le Mythe de Sisyphe, era diretto proprio contro le filosofie dette esistenzialiste” spiegava in un’intervista rilasciata nel 1945 al Magazine Littéraire. Ma le autodefinizioni evidentemente non sono sufficienti a fugare dubbi – o maliziose certezze – di critici affermati e di semplici lettori: per molti Camus è stato e resta un filosofo esistenzialista. E poco importa se in verità è stato forse colui che, in tutta la sua opera, ha portato all’esistenzialismo l”attacco più sincero.

L’incapacità di raccontare – e quindi di capire – Camus senza far ricorso alla storia, alle posizioni politiche e alle categorie di pensiero proprie dell”esistenzialismo sartriano ha prodotto lungamente malintesi. E lo ha fatto in primo luogo nel corso della vita dello scrittore franco-algerino. Del resto, quando nel pensiero altrui si è legati a una particolare realtà sociale, politica o filosofica, ogni allontanamento è tradimento dei principi di quella realtà, è desiderio di distruggerla; ed ogni spiegazione, più che onesto tentativo di chiarire le proprie posizioni, diventa maldestra manovra per smacchiarsi, per disinfettarsi dalla teoria e dalla pratica abiurate. L’oscillazione, la zigzagante ricerca di un posto nel mondo, di una giustificazione alla propria presenza, sono tradimento perché contraddicono il dogma laico di parte e di partito.

Nel 1935, Camus aderisce al Partito Comunista Algerino. L’impegno a favore degli oppressi, di quelli che lui definisce les muets (i muti), il rifiuto di ogni atteggiamento accomodante rispetto al destino, le umili origini familiari lo avvicinano in modo del tutto naturale al partito. Ma la sua militanza prende sin da subito una piega più culturale che politica in senso stretto. Al giovane studente di filosofia allievo di Jean Grenier poco interessa speculare sulle grandi teorie economiche marxiste, poco importa del successo industriale dell’Unione Sovietica stalinista; Albert si dedica al teatro, fonda una compagnia e rappresenta Le Temps du mépris di Malraux. E chissà se per l”inaspettato successo teatrale o per le posizioni filo-arabe (che in verità andavano, come poi chiarirà negli anni della guerra d’indipendenza, decisamente al di là del filo-arabismo) o per la propensione al corteggiamento (“Quale tipo di donna mi piace? La più bella” rivelò una volta a un amico), fu precocemente espulso dal partito e accusato di aver abbracciato i principi borghesi, di essere diventato cioè uno “sporco fascista”. Falsità. Quel che mal si digeriva del giovane Camus era la predisposizione alla libertà di pensiero, alla libera analisi degli eventi, all’indisponibilità di piegare la morale alla strategia politica: vere minacce queste per la coscienza collettiva auspicata dalla rivoluzione comunista.

La sua biografia è piena di accuse di tradimento, spesso inasprite dalla complessità della sua riflessione sugli eventi storici più importanti. Nel 1953 prende posizione a favore della rivolta degli studenti e degli operai anticomunisti di Berlino, rivolta repressa nel sangue dai carri armati sovietici. Un altro argomento per coloro che lo vollero sempre traditore. E poco importa se i moti scoppiarono per protestare contro un taglio dello stipendio (atto che normalmente faceva gridare alla vergogna capitalistica): il progetto di comunistizzazione del mondo prevedeva la possibilità di schierare i cannoni dei carri armati anche contro i propri fratelli. Nel 1956 sostiene invece le ragioni dell’insurrezione di Budapest, definendo il governo filo-sovietico  “un regime di terrore che ha il diritto di chiamarsi socialista come il boia dell’Inquisizione aveva il diritto di chiamarsi cristiano”. Ma sono le sue posizioni rispetto alla questione algerina che gli costeranno più di tutte. Se Sartre e compagni si schierano decisamente a favore dell’indipendenza araba e giustificano ogni mezzo per ottenerla, Camus, che è cresciuto a Belcourt, uno dei quartieri più poveri di Algeri, sostiene le ragioni della convivenza tra coloni francesi e popolazione araba, rigettando con forza ogni forma di cieca violenza. Secondo Camus, coloro che sono nati negli stessi luoghi, che hanno patito la stessa fame e sofferto le stesse fatiche hanno diritto di calpestare quel suolo e di dichiararsi algerini. Ciononostante le sue ragioni rifiutano ancora una volta di piegare la morale alla strategia, di ridurre la vita a un concerto di ideologie da applicare fideisticamente: “Ho sempre condannato il terrore. Devo condannare anche un terrorismo che si esercita ciecamente nelle strade di Algeri, e che può un giorno colpire mia madre o la mia famiglia. Io credo nella giustizia ma difenderò mia madre ancor prima della giustizia”.

I violenti attacchi ricevuti  lo conducono progressivamente al silenzio sulla questione algerina. La paura di essere frainteso, di apparire un nemico degli arabi, difensore di un colonialismo bieco e antiumanitario prevarrà sul desiderio di spendersi per quella che forse è la causa più importante della sua vita. L’Algeria è in tutta la sua opera e gli eventi bellici gli provocano una ferita che non riuscirà mai a spiegare e che non si rimarginerà. “Sono cresciuto nel mare e la povertà mi è stata fastosa, poi ho perduto il mare, tutti i lussi allora mi sono sembrati grigi, la miseria intollerabile. Da quel momento, attendo. Attendo le navi del ritorno, la casa delle acque, il giorno limpido” scriveva malinconicamente nel 1953 ne La mer au plus près. Non si rassegnerà mai alla perdita dei luoghi della sua infanzia, della intensa luce algerina, della fraterna inimicizia degli arabi. “Pazientavo sempre nell”inverno perché sapevo che una notte, una sola notte fredda e pura di febbraio, i mandorli della valle dei Consoli si sarebbero coperti di fiori bianchi” rivelava nel 1940 ne Les Amandiers. Nessuna pazienza è dunque possibile né necessaria senza l’Algeria.

Perciò raccontare Camus senza parlare dell’Algeria, senza tener conto del fatto che un’esistenza – e quindi un pensiero – sia sottoposta al cambiamento, è possibile soltanto per coloro che fingono di voler fare ordine, ma che in verità desiderano nascondere un certo naturale e inevitabile disordine di cose e pensieri. Certo, ci sono molti modi per ricordare un intellettuale nel giorno del centenario della sua nascita. E uno di questi è interpretare il suo pensiero, riportarlo più o meno fedelmente, renderlo affascinante e coerente. Così potrei accennare alla teoria dell’assurdo (non sono assurdi né il mondo né l’uomo: assurdo è l’incontro tra l’uomo e il mondo), potrei presentare il Meursault de L’Étranger, per cui tutto è talmente indifferente che non ricorda il giorno in cui è morta sua madre, che non versa una lacrima al suo interramento e anzi fa un bagno e va al cinema invece di rintanarsi nel lutto. Il Meursault che spara a un arabo perché abbagliato dalla luce del sole e per cui ogni difesa dalle accuse di omicidio non ha alcun senso. Oppure potrei dirvi di Jean-Baptiste Clamence, l’avvocato parigino che si rifugia ad Amsterdam ed esercita la non ben definita professione di giudice-penitente; il Jean-Baptiste Clamence che intrattiene con la verità un rapporto ambiguo (“Che importa, dopo tutto, se le mie storie sono vere o false, se esse sono significative di ciò che io sono e sono stato?”). E ancora: la valenza metaforica e politica de La peste; la concezione della felicità del Mersault, quello senza una u, de La mort heureuse (la felicità come lunga pazienza, come costruzione e volontà).

Forse avrei potuto parlare di tutto questo per raccontare Albert Camus, per rendergli un giusto omaggio. Ma ha forse senso, se non si abbandonano le idee a favore delle parole? Ha senso se non si è pronti a chiamare le cose col loro nome? Probabilmente no. Se si fa appello alle idee, cos’è l’assurdo se non un concetto filosofico? Cos’è Meursault, se non un assassino? E cos’è Jean-Baptiste Clamence, se non un bugiardo?

Oggi, a cento anni esatti  dalla sua nascita, Albert Camus è osannato a destra per il suo anticomunismo, a sinistra per il suo impegno a favore degli oppressi. La grandezza della sua letteratura ha finito con l’appianare ogni divergenza di matrice politica. Si alza un coro unanime di apprezzamenti: qualcuno non può fare a meno di accostarlo a Sartre, qualcun altro lo mette nel pantheon della destra libertaria, altri ancora, credendo forse di essere ancora alla fine degli anni sessanta, lo ricordano opportunisticamente per quel “Je me révolte, donc nous sommes” (“Io mi rivolto, dunque noi siamo”) che accese tanti cuori irrequieti nell’epoca delle rivolte studentesche. Ma la grandezza della sua letteratura purtroppo non ha soltanto smussato le asperità della discussione politica, ha finito anche col mettere in ombra la grandezza del pensiero che ne sta a fondamento. Tanto che la sua lezione più grande, quella che invita a pensare secondo le parole e non secondo le idee, sembra che nessuno l”abbia ancora davvero capita.

2 Comments

  1. Sono Assolutamente D’ accord ….con Il Critico di Letteratura , Philosofia Francése, Che Ha scritto con il Cuore & …Con La Mente …..absolument ” Lucida ” Cio Che é Stato Albert Camus….Ciò Che Ha rappresentato nel Complesso Panorama …Politico ,. Storico. Ideologico Dei Tanto Criticàti , polemizzati Anni 50- 60 Sia In Francia…Ma anche Forse , Con Maggiore énfasi…. Nella Sua Terra Natìa : L’ Algeria e Gli Algerini (….) Nelle Parole …Nei Suoi Scritti: Romanzi , Carnets…. ” Nozze ” ” L’ Estate ad Algéri … ” Beh… Io che Ho letto Questi Suoi Mirabili Scritti Posso Affermare, che…. Lo Studente di Filosofia Appena ventenne …allievo di Roger Grenier …Amava L’ Algeria , La Sua Gente e.. Avrebbe Desiderato Una Algeria Libera, Ma in cui potessero coesistere sia La realtà Francése…. sia La Realtà Algerina. Insomma Camus ….ci insegna , un po’ a Tutti Delle Sincere, ” Poétiche …” lezioni Di Verità. Di Coerenza Alle Idee, Al Giudizio ” Moràle ” e Ad Una ( ..forse impossibile ) Moràle Politica . Con Sincera Devozione , Ammirazione dedico questo mio umile contributo critico Al Grande ” Superbe….” Scrittore , Filosofo della ” Rivolta ” : ” Un Poéta Rivoluzionario che Viveva, sempre in bilico Tra Passione Politica e Amore per La Vita….Per ” Gli Oppressi ” Un Intellettuale , che , iscrittosi al Partit Comunista algerino ….dopo pochi mesi Lascia , Abbandona i Sogni della Gloria , Comunista , Soviètica …Fatta soltanto di Oppressione . E Quella Proprio Camus , Non La Desiderava Affatto . Con Immenso Amore (….) per Albert Camus . Gerlando Brucculeri . Médico , Filosofo Italiàno .

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