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Addio Postalmarket

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È un pomeriggio di luglio del 1998, mi sono chiuso a chiave nel bagno, sul termosifone ho poggiato in equilibrio precario il catalogo primavera-estate di Postalmarket. È aperto alla sezione “intimo” e sulla pagina campeggiano le chiappe perizomate di una modella brunetta. La guardo inebetito e immagino come potrebbe essere toccarla e farci cose.

Bussano alla porta. «Che stai a fa’?» chiede la voce acuta della sorellina. «Niente…» rispondo. «E allora esci che giochiamo» ribatte lei. «Oh, non rompere le palle» urlo cercando di usare il tono più minaccioso possibile nella speranza di essere finalmente lasciato in pace.

Torno a guardare la brunetta. Passo dal sorriso splendente alle chiappe: sorriso-chiappe, sorriso-chiappe, sorriso-chiappe. Ho undici anni, quasi dodici, e penso che la sensualità sia tutta sorriso-chiappe (oggi, a ventinove, penso più o meno la stessa cosa).

Niente, non funziona, ho perso il ritmo. “Basta, questa m’ha stufato” mi dico. Allora sfoglio una, due, tre pagine; nel frattempo il catalogo scivola lentamente, cade sul pavimento. Lo raccolgo, riesco con difficoltà a rimetterlo nella stessa posizione di prima. Sfoglio con delicatezza per trovare un’immagine adeguata. Mi soffermo su una riccia rossa con occhi verdi e carnagione piuttosto pallida. È bella, non faccio fatica a riprendere il ritmo. Dal vetro satinato della finestra penetra una luce pomeridiana, fuori fa caldo ma in bagno c’è fresco. Sorriso-chiappe, sorriso-chiappe, sorriso-chiappe, sorriso-chiappe, sorriso-chiappe.

Addio Postalmarket. Grazie di tutto.

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