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A Forest – The Cure

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Rock Amarcord

Accadde anche a me. A 13 anni. Fino a quel momento ero un malato/fanatico del pallone. Tranne le ore di sonno e quelle dedicate alla scuola ed allo studio, esisteva solamente una cosa: il calcio. Giocare a calcio. Parlare di calcio. Leggere notizie di calcio. Guardare partite di calcio. Ancora mi ricordo di quando piazzavo 22 pupi, tra puffi e pupazzetti vari, sopra il letto (pretendevo da mia madre sempre e solo copriletti o piumini verdi), disponendoli come due squadre vere, con una piccola palla ricavata da carta arrotolata delle figurine, chiusa con dello scotch trasparente. Facevo la telecronaca con un trasporto totale che non ho mai più provato per nessuna altra cosa. Chi mi vedeva mi prendeva per un pazzo forsennato.

Poi accadde anche a me. Erano i primi mesi del ginnasio. Dopopranzo, dopo il caffè e prima di studiare, facevamo quasi sempre una partita al biliardino al bar. Ce ne erano due e le squadre si formavano a caso. Quel pomeriggio giocai la partita con uno che conoscevo solo di vista. Forse non ci avevo mai parlato prima. Non era uno di quelli che giocava a pallone, in giro non lo vedevo quasi mai. Finita la partita mi chiese di accompagnarlo a casa. Era presto e quel pomeriggio al bar non c’era nessuno. Doveva portare delle audiocassette che aveva registrato ad uno dei miei migliori amici dell’epoca. E’ lì, a casa sua, dal suo stereo, che ascolto per la prima volta i Pink Floyd ed è lì che finisce la mia ossessione malata per il calcio. Sostituita da una nuova malattia, quella per il rock.

Così mi compro uno stereo, una chitarra elettrica ed imparo a suonarla. Inizio a vestirmi di nero. Scopro che dentro i dischi c’è la vita che mi manca, c’è la cerniera dell’emergere e nascondere le stimmate che ci appartengono e che subiamo. Comincio una nuova esistenza dove il calcio è ridimensionato. Dall’integrazione sociale che il mood del pallone comportava, passo al riflusso, all’ansiosa ricerca della distinzione e dell’isolamento, all’attitudine della supponenza, alla rivendicazione della superiorità e dell’indifferenza come prezzo da far pagare a tutti gli altri, immerdati da gusti mediocri e commerciali che li rendono degli esseri bloccati e limitati.

Ingurgitavo pesantemente ed ossessivamente Pink Floyd, Deep Purple, Hendrix, AC/DC, Genesis, Police, Rainbow, Black Sabbath, Bob Marley, Elvis, Dire Straits, Rolling Stone, Beatles, Metallica, Bob Dylan, Jefferson Airplane, The Doors, Iron Maiden, Led Zeppelin, King Crimson. Le basi. Ma c’era sempre dentro qualcosa che mi mancava. Nonostante ascoltassi centinaia di dischi, l’assenza di qualcosa mi arrovellava il cervello ed allo stesso tempo riverberava penetrante come il canto delle sirene per Ulisse, verso qualcosa che non riuscivo a trovare né a distinguere, nella nebbia dei miei ascolti.  Perfino quando scoppiò il fenomeno grunge, era come versare acqua in una giara bucata. Avevo un vuoto che non riuscivo a riempire. Finché una tarda serata di febbraio, mi approcciai ad un genere che avevo sempre snobbato colpevolmente, ad uno dei più grandi amori della mia vita: la new wave.

Tutto ciò avvenne attraverso uno dei brani cardine di tutto il genere: la sola, inossidabile, suprema A forest di The Cure. Ancora oggi ricordo quanto mi impressionarono la minimale ripetitività del giro di basso e della batteria, l’essenzialità della chitarra, l’oscurità nebbiosa della tastiera: quell’impasto mi colpì come un proiettile di uranio impoverito. Si apre così una porta sul buio e si viene catapultati da fermi in una foresta da Ottocento 2.0, dove l’atmosfera si contamina di ansia nichilistica e solitudine anaffettiva.

A Forest

A Forest, pubblicato ad aprile del 1980, è l’unico singolo estratto dall’album Seventeen Seconds. Il pezzo è paradigmatico del drastico cambio di direzione della band dopo la pubblicazione dell’album di esordio (Three Imaginary Boys / Boys Don’t Cry, a seconda del Paese). Il bassista dimissionario Greg Michael Dempsey viene rimpiazzato da Lol Tolhurst  Simon Gallup, mentra la line up viene irrobustita da Matthieu Hartley alle tastiere (non gli piacevano le parti per singole note, ed inoltre era più gioviale rispetto ai compari, per cui lascerà molto presto il gruppo).

Seventeen Seconds è stilisticamente molto distante dai goiellini post-punk virati al pop del primo LP. In effetti è lo spartiacque che introduce la fase più autenticamente goth dei The Cure; seguiranno, in faconda progressione, Faith e Pornography, il capolavoro. Alla produzione Robert Smith è affiancato da Mike Hedges, co-responsabile del nuovo sound della band, rarefatto, ipnotico ed ossessivo. Hedges, che ha già all’attivo la produzione del primo singolo della band, Killing An Arab, con Seventeen Seconds, ha modo si sperimentare.

Robert Smith sta attraversando una difficile fase personale e i The Cure (nomen omen!) diventano il veicolo terapeutico per uscirne. Ma i toni depressi ed angosciati che sono la cifra distintiva di questo secondo lavoro dispiegano i loro effetti mefitici su tutte le persone coinvolte nel processo creativo. Racconta Hedges come “(…) l’atmosfera era talmente introspettiva e deprimente che ci influenzò tutti. Quando lavori su un disco tanto oscuro (…) finisci per essere totalmente influenzato dalla musica; quando abbiamo finito, ero prossimo ad un collasso nervoso. Dio, come ero depresso. Non è che in studio si litigasse, intendiamoci. Ero solo così dannatamente triste”. Non sorprende che il sodalizio con Hedges si interrompa con Faith (il terzo disco dei The Cure). Troppi liquami emotivi per un solo uomo.

La scrittura è minimalista, pochissimi accordi di chitarra, linee di basso essenziali e ripetitive, mentre la batteria è poco più di un metronomo. A dare un’impronta speciale al disco è il sound impresso da Hedges alla batteria, registrata collegando un C-ducer (allora, una primizia) per ogni elemento del drumkit. Il risultato è un suono robotico, tanto freddo e meccanico da far pensare ad una drum-machine. La chitarra di Robert Smith, d’altra parte, viene pesantemente trattata con fanger e riverberi, mentre il cantato si insinua come un richiamo proveniente da un pozzo, la perfetta immagine del rifugio segreto in cui coccolarsi, lontani dalla quotidiana dicotomia follia/razionalità.

Sul brano A Forest si concentrano in particolare le energie dei The Cure e del loro produttore, stretti nella morsa di tempi contingentati: cinque giorni di registrazioni con turni giornalieri di sedici, diciassette ore. In studio sono tutti sotto pressione, Hedges è sobrio, ma gli altri sono spesso sotto effetto di alcol o sostanze: l’unico che riesce a gestirsi lo sballo è Smith. Tutti capiscono che il pezzo, unico singolo estratto dall’album, ha un potenziale enorme. Segna la svolta goth, ma allo stesso tempo ha un groove accattivante e ballabile, mentre il testo fa sobbalzare i cuori di tutti i malati cronici di romanticismo (da allora in poi, saranno questi individui a costituire la fanbase caratteristica della band di Crawley, West Sussex). A Forest guadagna alla band un discreto posizionamento nella UK Chart (n. 31) e il suo primo passaggio su Top of the Pops, che il 24 aprile 1980 passa il clip ufficiale.

Le parole

Una figura femminile si muove tra i rami di una foresta oscura: è con questa immagine dantesca che si apre il pezzo. L’uomo che la cerca ode i suoi dolci richiami, ma davanti a sé vede solo il fitto della boscaglia. Comincia a correre, la fatica si trasforma in sudore nell’umidità e nel gelo. Ma della fanciulla continua ad udire solo la voce. Finché si ferma. E si accorge sgomento che si è perso, e che quella voce non è mai esistita, se non nella sua testa. “E’ sempre così”, realizza l’uomo, “non ho fatto altro che correre verso il nulla, ogni volta, ogni volta”. Le immagini sono semplici, di perfezione classica, e, benché siano possibili diverse interpretazioni, tutte invariabilmente rimandano alla perdita, all’ambiguità, al dolore che morde quando evapora l’illusione solipsistica . Un pezzo per ballar via la disperazione.

 

7 Comments

  1. Bel post… “17 seconds” è uno dei dischi della mia vita!
    Però non ho mai trovato i Cure troppo “goth” (forse solo un po’ “Pornography”)… per fortuna!

    P.S. Il primo bassista dei Cure era *Mick* Dempsey (poi bassista con gli Associates e Lotus Eaters) 😉

  2. Complimenti per l’articolo.
    Un pezzo di indimenticabile malinconia che assieme a Disintegration ha contribuito a iconografare i Cure come una band di sofferenza estrema.

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