A cosa servono i partiti, cosa serve ai partiti

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“Nessun grande paese libero è stato senza di essi. Nessuno ha mostrato come un governo rappresentativo possa operare senza di essi. Essi creano l’ordine dal caos di una moltitudine di elettori”. Così il liberale James Bryce definiva i partiti circa un secolo fa. Chi scrive ritiene che oggi più di allora le democrazie rappresentative abbiano bisogno dei partiti per gestire la complessità del sistema. Se a metà dell’ottocento potevano esistere intellettuali “a tutto tondo” (Hegel si laurea con una tesi di astrologia e poi si occupa eminentemente di diritto, filosofia, storia…),  l’idea che oggi le capacità cognitive di un singolo individuo possano estendersi in più di un campo di ricerca sembra un miraggio. Oramai un ricercatore passa una vita a specializzarsi in un piccola branca della propria disciplina e solo in rari casi riesce a cogliere l’oggetto di ricerca nella sua interezza. Questo incipit per mostrare sbrigativamente la non adeguatezza della democrazia diretta a una società articolata quale la nostra. Pensare che ognuno di noi possa esprimersi con cognizione di causa su una legge finanziaria, la fecondazione assistita, il nucleare e la riforma della giustizia è pertanto un’illusione a cui è pericoloso credere. L’aggregazione di competenze in organizzazioni collettive in grado di fare sintesi sulla base di valori su cui nessun individuo può avere competenza specifica (Ad esempio:chi ha competenza sulla libertà?) diventa pertanto una necessità di ogni sistema democratico.

In questo spazio concessomi dal “Blog canaglia” cercherò di tracciare un’analisi sullo stato di salute dei partiti nel nostro paese e sul modo di formazione delle elites all’interno di essi. Il primo passo è sempre il più noioso, nel nostro caso si tratta di descrivere brevemente la cornice costituzionale e la legislazione sul finanziamento dei partiti.

Un eminente studioso molto poco liberale come Carl Schmitt ci ricorda che le costituzioni si scrivono contro qualcuno. In Italia questi nemici hanno un nome e cognome: Partito Fascista e Casa Savoia. La lettura della carta Costituzionale e della legge Scelba del 52 limita pertanto le finalità dei partiti all’interno della cornice democratica e repubblicana. Per il resto l’articolo 49 parla chiaro: “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Tale diritto è stato usato con frequenza dagli italiani e a dire il vero non basterebbe un libro per nominare tutte le formazioni politiche che si sono presentate alle competizioni elettorali dal 48 ad oggi. Se non abbiamo visto un partito dove tutti i candidati hanno lo stesso nome e cognome (Ungheria), o uno che propone di pattugliare le coste con pinguini assassini (Australia), alle ultime politiche non ci siamo fatti mancare il Movimento Bunga Bunga o il Partito della Rabbia.

La legislazione in cui sui muovono i partiti è stata segnata dalla guerra fredda. Dal dopoguerra fino alla caduta del muro chi ha governato non ha ritenuto saggio imbrigliare la competizione elettorale con regolamenti che non potessero essere facilmente aggirabili in caso di necessità (dopotutto,c’era Baffone dall’altra parte). L’articolo 49, se letto con attenzione, chiederebbe infatti che la vita dei partiti fosse democratica e non solo la competizione tra partiti. Di fatto il metodo democratico è rimasto nel cassetto per tutta la prima e la seconda Repubblica. Ancora oggi la giurisprudenza ci ricorda che i partiti sono “titolari ex lege di alcune pubbliche funzioni, in quanto ciò riguarda le elezioni, il funzionamento dei corpi rappresentativi ed il contributo dei cittadini, con metodo democratico, alla formazione della politica nazionale, ossia della funzione d’indirizzo politico” (Tar Lazio, sez. II, sent. 14/10/2009, n. 9895). Della serie non rompiamogli troppo su come si organizzano.

I partiti, quando funzionano, costano molto. Formazione, campagne elettorali, strutture organizzative sono attività che difficilmente possano essere coperte dai versamenti degli iscritti. O, meglio, non si registrano casi di partiti di governo che abbiano potuto farne a meno. Con una metafora hobbesiana potremmo dire che i soldi sono il sangue dei partiti.

Il finanziamento pubblico venne normato nel 1974 con una legge targata DC e votata dalla totalità del parlamento escluso il Partito Liberale. Dopo trent’anni di flussi di denaro che arrivavano dall’estero (sia per il PCI che per la DC) il sistema industriale italiano aveva raggiunto un livello di sviluppo tale da permettere alla nostra borghesia di finanziare i partiti di governo, ciononostante, per evitare che questi ultimi potessero avere un potere di ricatto e che non si perdesse il primato della politica, si è convenuto per forme di assistenza pubblica. Nel 78 i radicali provarono a fare saltare il provvedimento, ma tutti i principali partiti si opposero e il referendum non raggiunse il quorum.

Ci volle mani pulite per rovesciare la situazione e nel 93 un nuovo referendum ottenne il quorum. La politica continua però a costare anche nella seconda Repubblica. Così i partiti hanno deciso di tutelarsi fregandosene del referendum.

Una legge sui rimborsi elettorali fu prima allargata e poi sostituita nel 1999 da una che prevedeva fondi a tutte le le liste che avessero superato l’1 per cento dei voti. Nel 2006 si è pensato di estendere il finanziamento a tutta la legislatura, anche in caso di scioglimento del parlamento.

Con Monti è stata approvata la legge n. 96/2012 (PD e PdL compatti. Nota di colore: Idv contraria) che ha dimezzato i contributi pubblici. In tale provvedimento si istituiva inoltre una commissione composta da magistrati per vigilare sui bilanci dei partiti.

Nel 2014, sulla spinta dell’ennesima ondata antipartitica, il Parlamento approvò la conversione del decreto legge sull’abolizione del finanziamento pubblico sostituendolo con “un sistema di finanziamento basato sulle detrazioni fiscali delle donazioni private e sulla destinazione volontaria del due per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche” .

L’ultimo atto della saga è andato in scena quest’autunno con l’approvazione del ddl Boccadutri. La Commissione che doveva vigilare sui bilanci dei partiti e sull’erogazione dei finanziamenti relativi a 2013 e 2014 non era infatti riuscita a svolgere il lavoro per mancanza di personale. I finanziamenti rimanevano pertanto bloccati. Il ddl Boccadutri li ha sbloccati prevedendo che i controlli della Commissione sui bilanci dovessero avvenire dagli esercizi successivi al 2014.

Il decreto legge del 2014 era effettivamente ardito, basti pensare che 96 paesi al mondo prevedono fonti di finanziamento pubblico. L’amaro in bocca lo lascia la mancanza di una discussione pubblica sul tema e il continuo ricorso a sotterfugi per foraggiare i partiti.

Completata la cornice normativa sulle modalità di costituzione e sul sostentamento dei partiti possiamo cominciare a vedere come i diretti interessati si sono mossi in tale contesto. Nel prossimo contributo un’analisi sul partitone della nazione. Come si finanzia? Quali sono le correnti interne? Come forma le liste? Ha una scuola di formazione politica? Esiste un metodo democratico di selezione della classe dirigente?

Riminese di nascita divide la settimana tra Trento, Milano e Roma. Maestro di sci alpino recentemente ha iniziato a cimentarsi con il biathlon. Da sempre una perversione per la politica.

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